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Super Green Me, da domani dieta vegana! […]

Flavia Piccinni

n-VEGAN-large570Sono nata in Puglia (a Taranto) e sono cresciuta in Toscana (a Lucca), che è un po’ come dire: sono nata fra cozze e ricci di mare da mangiare rigorosamente crudi, e sono cresciuta fra tagliate al sangue, finocchione, biroldi e salsicce fresche che venivano accompagnate con fette di pane quasi trasparenti e giusto perché “il pane toscano è il più buono del mondo: è senza sale, ed è l’unico a non alterare il sapore dell’affettato”.

La mia alimentazione si è sempre basata – come per la maggior parte dei nati negli anni Ottanta che hanno evitato accuratamente qualsiasi tipo di interrogativo relativo a ciò che ingerissero – da ciò che mi veniva proposto durante gli anni della scuola, dal bar e o gastronomia e o supermercato, dai parenti. I miei pasti fin dai tempi della nonna – la cui parmigiana con le polpettine sarebbe dovuta essere inserita dall’Unesco fra i patrimoni immateriali dell’umanità – sono stati caratterizzati dalla santa trinità moderna: grassi, carboidrati e proteine animali.

C’è stato una fase, quando ero molto magra e amavo lo sport, che mi nutrivo esclusivamente di pollo e fesa di tacchino; naturalmente è durata molto poco, ma è stata la parentesi più salutare della mia vita se si esclude l’ossessione veg-integralista della mia adolescenza. Non mi vergogno a dirlo: appartengo alla categoria di persone che detestano l’attività fisica, e sono state toccate dal gene sacro dell’acquisto compulsivo (da esercitare rigorosamente attraverso internet, possibilmente sul divano e davanti a un vassoio di bignè). Ammetto anche, e non senza imbarazzo, di provare entusiasmo soltanto davanti alla riedizione di un libro perduto, o quando prenoto un tavolo in un ristorante appena aperto.

Credevo che la mia vita sarebbe andata avanti così – fra un panino con il lampredotto e un’amatriciana, piatto cult dei miei anni romani – fino alla fine dei miei giorni. Eppure, qualcosa negli ultimi anni si è infilato catastroficamente nella mia routine: il dubbio che il mio stile di vita – così accuratamente promosso dalla dimensione borghese e meridionale in cui sono cresciuta – non fosse salutare e giustificabile come credevo.

Tutto è iniziato l’estate del 2014, quando nella calura versiliese ho incontrato Paola Maugeri, vj con il pallino per il vegan che si è trasformata di recente in GG (guru green). Poi mi sono piovute addosso le interminabili chiacchierate con Martina Donati, editor e autrice di Keep Calm e Diventa Vegano (Newton Compton Editori), e ancora un’infinita sequenza di aperitivi, incontri con vecchi amici, documentari, scoperte di pagine scritte ai tempi del liceo.

Tutte cose incontrollabili e fra loro diverse che, messe in fila, si sono dimostrate troppo poco casuali per non sembrare destino. Ed è così che dopo aver messo piede nell’anticamera dei trent’anni ho deciso di imbavagliare (o almeno provare a imbavagliare) la voce consumistica che è in me. Quella che non farebbe altro che comprare trash-dress, mangiare hamburger e assecondare la suocera che ti serve i suoi celeberrimi tortelli lucchesi (ripieni di carne) nel ragù denso e saporito della tradizione toscana. Si tratta di una scommessa. In fondo, è sempre più semplice assecondare lo stile di vita consolidato che provare a cambiare.

Ma a volte arriva il momento di inseguire quello che eticamente si considera giusto. L’Italia non è un posto per idealisti, chissà se lo sia per aspiranti vegani. E allora da domani inizia questa scommessa, che mi auguro sarà il racconto imperfetto dei prossimi mesi e anche l’occasione per riflettere su quei piccoli terremoti (alimentari, e di vita) che capita, a volte, di non poter più rimandare.

HUFFINGHTON POST, 1/2/2016


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