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Il clima cifra della nostra arretratezza […]

Ignazio Lippolis

blue marbleI cambiamenti climatici sono gli effetti del modo come noi ci poniamo sul pianeta, sia negli atteggiamenti di sfruttamento delle risorse sia come nostra capacità di modificare la realtà circostante. L’uomo si comporta ancora come una serie di individui e non come comunità globale, quando si comporta come comunità, per convenienza, lo fa sempre come una «individualità comunitaria» nei confronti di altre comunità.
La Cop21 di Parigi è stata un fallimento dal punto di vista della scansione degli interventi globali per ridurre la corsa della crescita della CO2 in atmosfera, ben sapendo che non è questa l’unica causa del riscaldamento globale.
La Cop21 di Parigi, però, è stata un punto di svolta e di discontinuità (finalmente!), per segnare le responsabilità umane nei cambiamenti climatici globali e la necessità di una rapida decarbonizzazione del pianeta.
Ora, si fronteggiano due realtà economiche. La prima, da una parte, causa il deterioramento ambientale e produttivo dei beni primari dell’uomo: è tutto un mondo economico basato sul consumo che, al tirare delle somme, insieme ad un rapido progresso non ha prodotto altrettanta qualità della vita.
Si fronteggia, quindi, questo modello economico basato sul motore principale che ha reso possibile questa corsa della crescita umana: le fonti energetiche di origine fossile.
Dall’altra parte c’è un modello che non si poggia su una crescita senza fine in una realtà finita qual è il Pianeta. E pertanto sposa un altro modello di sviluppo che rigetta l’energia fossile e punta all’incremento di nuove tecnologie e nuovi motori energetici. Il tutto, intendiamoci, è già disponibile ed è semplicemente frenato da opposti gruppi d’interesse.
Si illude, però, chi pensa che il confronto sia indolore e che sia sufficiente sostituire il motore a benzina con quello elettrico.
Le crisi economiche che stiamo vivendo sono figlie dirette di questo scontro o passaggio, se volete. Da una parte c’è tutto un sistema di potere ed economico fatto di banche, prestiti, rese, rendimenti, industrie, fabbriche, piccole aziende, spostamento di merci e anche di solo potere economico, sia di Stati sia di Società e persone. Dall’altra c’è il nuovo che avanza. Nel mezzo ci siamo noi, semplici cittadini o consumatori. Mai come in questo momento rappresentiamo un reale potere, l’ago della bilancia che con le nostre scelte possiamo far resistere il vecchio o dargli una spallata. Possiamo decidere se continuare a morire nelle città e nelle fabbriche malsane o pretendere un cambio di marcia.
Per fare tutto ciò è necessario conoscere, sapere, fare scelte vere e non di propaganda. Bisogna avere il coraggio di far tacere quel rumore di fondo della politica, della finanza, del marketing che ci confonde con messaggi fuorvianti, con vetrine illuminate che promettono cure miracolose, motori puliti, cibi sani ed inventano nuove sigle che superano o si nascondono nei vari eco, bio, verdi, green… e che ci ricattano con il potere del denaro, del lavoro.Già un’altra volta abbiamo lasciato fare al «manovratore»; ora non è più possibile, le forze in campo sono forti, pericolose e agguerrite, dobbiamo ragionare e agire con la nostra testa.
È sufficiente guardare l’andamento dell’economia. Ad una crisi che ci ha bloccato per tanti anni se ne aggiungono altre periodicamente. L’ultima è legata proprio all’andamento delle scelte energetiche. E non è un fatto etico ma puramente materiale. Una volta si diceva capitalistico, poi si è pensato che semplicemente agendo sulle parole avremmo esorcizzato le conseguenze. Ma quando ci siamo accorti dell’inganno ed abbiamo visto che anche le società comuniste producevano a spese dell’ambiente allora si è pensato bene di educare la società a credere nell’edonismo, nell’apparire. Ora abbiamo una massa di popolazione che appare, non conosce, non si informa, crede ai complotti e vede asini che volano ovunque. E il capitalismo vero ingrassa. Così una statistica vale l’altra compresa quella che ci dice chi possiede la ricchezza del mondo e quanti sono i poveri.
E i cambiamenti climatici danno una mano, usati proprio come vere e proprie strategie economiche. Infatti, secondo uno studio dell’università del Queensland e della Wildlife Conservation Society, chi subisce i minori danni dall’inquinamento sono proprio i paesi più ricchi e che inquinano di più. Però, per carità, non chiamateli capitalisti!Ed anche quelli che si battono per l’aria pulita e per un mondo non carbonizzato, credono di risolvere il problema. Sbagliato! Avremo capitalisti con le mani non sporche di petrolio ma egualmente con i forzieri pieni perché la liberalizzazione delle nostre scelte non ci sarà.
Rischiamo di sostituire i signori del petrolio con quelli delle energie rinnovabili, con le multinazionali dell’alimentazione e della salute. Avremo cibi garantiti, semafori di comportamento direttamente negli occhiali, contapassi al polso e quando torniamo a casa troveremo la spesa che il frigo avrà ordinato al computer del market più vicino.
Le nostre scelte continueranno ad andare sempre nella direzione del consumismo, della delega delle conoscenze. Avere il gattino a casa e una bella pianta sul balcone non vuol dire che siamo verdi. Dovremmo fare in modo che l’ecologia stia nella nostra testa.
È l’insegnamento di Arne Næss che dal 1973 ci parla di ecologia profonda…Purtroppo va fatta una considerazione finale, che avvicina la questione del clima al reale stato di progresso dell’uomo.
I cambiamenti climatici sono gli effetti del modo come noi ci poniamo sul pianeta, sia negli atteggiamenti di sfruttamento delle risorse sia come nostra capacità di modificare la realtà circostante. L’uomo si comporta ancora come una serie di individui e non come comunità globale, quando si comporta come comunità, per convenienza, lo fa sempre come una «individualità comunitaria» nei confronti di altre comunità. È come se un fiume, nel suo scorrere verso il mare, mutasse continuamente la sua natura. Le conseguenze sarebbero devastanti. Ora morirebbero i pesci, ora non alimenterebbe le piante, ora potrebbe arrivare al mare un liquido tossico. Questa è esattamente l’azione dell’uomo.
Vanno superate tutte le categorie artefatte che creano una scala di priorità e superiorità fra gli esseri che popolano il pianeta. Una «scusa» per creare chi è sopra e chi è sotto in questa fantasiosa scala. Combattere e concorrere perché cambino l’organizzazione della società, del mondo del lavoro e l’etica della produzione, significa andare nella direzione di un ambiente sano perché produrrà amministratori sani. E forse allora avremo un’altra Conferenza mondiale sul clima e non ci sarà bisogno di trattati internazionali sul commercio.

Ignazio Lippolis, VILLAGGIO GLOBALE, 03/2016

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