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Il valore sostenibile dell’economia del riuso […]

M. Cristina Ceresa

Allungando la vita ai prodotti passandoli di mano ed evitandogli morte certa in discarica, l’ambiente sembra trarne beneficio. Lo attesta una ricerca voluta da Schibsted Media Group che ha calcolato l’impronta “evitata” che passa per i propri portali europei. Il risultato è sbalorditivo: 12,5 i milioni di tonnellate di CO2 che la Second Hand Economy eviterebbe di emettere nell’ambiente

RIUSOIl lato Green di quella che possiamo definire economia dell’usato non è forse così evidente a chi ogni giorno compra o vende prodotti di seconda mano, pratica da sempre attuata nei mercatini delle pulci e che in questi ultimi anni è stata rilanciata anche dal web tanto da raggiungere in Italia un valore pari a 18 miliardi di euro (più o meno l’1% Pil) coinvolgendo un bel 50% della popolazione italiana under 45 (fonte Doxa).

Eppure, evitando la produzione di nuove autovetture, arredamenti vari, oggetti di elettronica, abbigliamento e tutto ciò che alletta i collezionisti e allungando la vita ai prodotti passandoli di mano ed evitandogli morte certa in discarica, l’ambiente sembra trarne beneficio.

Lo attesta una ricerca voluta da Schibsted Media Group, in Italia attiva con Subito.it, che ha calcolato l’impronta “evitata” che passa per i propri portali europei. Il risultato è sbalorditivo: con le transazioni delle 5 piattaforme web attive in Italia, Francia, Svezia, Spagna e Norvegia sarebbero 12,5 i milioni di tonnellate di CO2 equivalenti che la Second Hand Economy eviterebbe di emettere nell’ambiente.

“Che per quanto riguarda il nostro Paese arriva a 3,4 milioni di tonnellate di CO2 – spiega Melany Libraro, general manager di Subito.it – Ciò significa che per risparmiare la stessa quantità di CO2 si dovrebbe fermare il traffico di Milano per 32 mesi o quello di Roma per 10 mesi”.

Certo, gli stessi portali di compravendita producono un impatto sull’ambiente considerevole, basta pensare a tutta l’energia richiesta per gestire i data server. Ma l’Istituto svedese di ricerca ambientale (Ivl) che ha condotto e certificato la ricerca ha “preso in considerazione l’impatto dell’elettricità utilizzata per la gestione dei server – spiega l’Executive vice president communication and Csr di Schibsted Media GroupLena K. Samuelsson – e soprattutto i risultati del progetto sono al netto dei consumi energetici legati non solo alla gestione dei server, ma anche degli uffici e ai viaggi di lavoro dei nostri dipendenti”.

È bene dichiarare però che non tutto il vintage fa così bene all’ambiente. E la metodologia della ricerca lo mette bene in chiaro quando sottolinea come ad esempio “alcuni frigoriferi e freezer contengono sostanze dannose (gas) e consumano più energia di quelli nuovi. Un frigorifero di ultima generazione, per esempio, consuma solamente il 40% di elettricità richiesta da un apparecchio vecchio”. Ed è evidente che sia le sostanze dannose, le Cfc, sia il consumo di energia causano emissioni di gas serra.

Ma non è solo la buona impronta ambientale ad andare in favore della Second hand economy che ha un impatto rilevante in Italia anche grazie alla tecnologia, in quanto il 38% del volume d’affari, ovvero 6,8 miliardi di euro, passa attraverso l’online.

Dall’analisi dei profili di chi ama vendere e comprare usato emergono altre tendenze che sottolineano come ogni Paese europeo abbia propri usi e costumi. “In Italia per esempio – racconta ancora Samuelsson – c’è un interesse molto forte per l’automotive e l’elettronica di seconda mano. In Svezia gli utenti vendono e comprano soprattutto articoli per bambini: vestiti, giocattoli o altri oggetti del mondo baby. In Norvegia, invece, notiamo una particolare attenzione per la categoria sport, mentre in Francia per i vestiti e le scarpe. In Spagna gli utenti ricercano molto i libri, sia quelli di letteratura sia i libri scolastici”. Non è solo il risparmio a trainare l’acquisto di tutto ciò che è seconda mano. “I nostri utenti ci dicono che gli oggetti del passato durano più nel tempo – spiega Libraro – : chi fa la compravendita dell’usato lo fa quindi perché crede nel riuso (40%) o afferma che è un modo pratico per liberarsi di ciò che non vuole più. Ma c’è anche chi desidera proteggere l’ambiente (18%) e chi considera l’acquisto di qualcosa di nuovo uno spreco di risorse (33%)”.

M. Cristina Ceresa, IL SOLE 24 ORE, 03/2016

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